26/09/2007

Alba

ALBA

L'impulso a scrivere c'è sempre stato. Ciò che manca è la pacatezza, quella calma interiore che conferisce a ciò che è scritto dignità e bellezza. E' inutile riversare sul foglio bianco sentimenti controversi, conflitti non risolti, magari addirittura col sangue delle ferite ancora aperte. E questo a dispetto di tanti trattati di psicologia. Forse più che inutile è doloroso, per noi stessi in primo luogo. Quante volte mi sono colta a scrivere fiumi di parole sull'ennesimo amore finito male e , puntualmente, rileggendomi, ho versato calde lacrime e non mi sono sentita per nulla sollevata! L'unico risultato era la visione cristallina, nitida della sconfitta numero mille, beffarda, di fronte a me.

In passato scrivevo in ogni situazione, percepivo la poesia delle cose e il mondo era un’affascinante sinfonia cosmica. Mi sentivo come una piccola musicista che deve trovare ogni volta la nota più opportuna per unire armonicamente il suono del proprio strumento al resto dell’orchestra. Ogni pretesto era un’occasione e l’inchiostro della mia penna non finiva mai, come le parole, che uscivano fluide.

 

Ora scrivo con rabbia, con ostinazione, violentando il foglio e obbligando la mia mano alle posizioni meno probabili; ma sono pigra e l’immaginazione latita.

 

Questa sera, però, a quanto pare mi è concessa una tregua, in questa guerra senza quartiere, e ne approfitto in punta di piedi.

 

Viaggio su un treno che mi porta controcorrente, nella direzione opposta a quella che mi è naturale. Sento le mie radici tendersi in uno sforzo sovrumano per non spezzarsi e potersi adattare a questa nuova condizione, che poi così nuova non è.

 

Ma i treni mi piacciono. Non è meraviglioso, dal binario, osservare il treno in transito, contenitore temporaneo di tante vite, facce, storie diversissime tra loro? Ogni finestrino che scorre è come una diapositiva e mi è impossibile non subire il fascino di questo muto spettacolo umano. E quando divento parte di questo spettacolo amo osservare i particolari di chi mi siede vicino.

 

Oggi il mio treno, lanciato nel grigio della sera, metallico serpente attraverso la pianura, è semivuoto. Strano per questa tratta, normalmente molto frequentata. I sedili blu e neri sono come tanti occhi spalancati e increduli.

 

Un’unica donna è seduta non lontano. Non conosco la sua età, ma le tracce che il tempo ha lasciato sul suo volto dicono più di un documento ufficiale. I capelli tinti tradiscono un vezzo, una volontà di fermare il tempo e dai suoi lobi pendono vistosi orecchini di dubbio valore. Porta occhiali enormi, alla moda degli anni Settanta e il suo abbigliamento è un’accozzaglia di stili e colori. Nel mettersi le calze deve essersene resa conto anche lei; infatti ne indossa un paio a righe coloratissime, particolare azzardato, ma coerente. È incredibile come ogni singola persona, incontrata ovunque e per caso, possa diventare, per me, fonte di inesauribile curiosità! Da dove viene questa donna? E dove va? C’è qualcuno che l’aspetta? E lei, che cosa aspetta? Ha trovato ciò che cercava? O meglio, ha mai cercato qualcosa? Vorrei sedermi vicino a lei, chiamarla per nome (si chiamerà Anna? O Erminia? O Maria?) e farmi raccontare del suo matrimonio andato male, dei figli che non la chiamano più, di quel collega, in fabbrica, che le aveva promesso che l’avrebbe portata via da quella vita, e invece se n’era andato con quella smorfiosa, quella Edwige…

 

Il treno si è fermato e, sferragliando, lentamente, riparte. Un nuovo passeggero si è seduto quasi di fronte a me con l’aria intirizzita. Fuori, in effetti, fa freddo e lui ha negli occhi il Nordafrica. Dorme, ora, con le mani incrociate come in una preghiera; chissà se il dio italiano capisce la sua lingua…

 

Poco più in là due giganti dalla nera pelle lucente parlano in un idioma particolare, rappresentazione fonetica di molteplici stratificazioni coloniali, e scoppiano spesso in fragorose risate. Le loro braccia nude e possenti spuntano dalle t-shirt bianche. Sono gli unici, qui, ad avere caldo, in questa gelida serata di fine anno.

 

Fuori è quasi buio e il piatto orizzonte tanto familiare, spezzato soltanto da geometriche file di alberi, messi lì a far da guardie al vento e sentinelle ai campi fradici di riso, sono ormai neri sullo sfondo rosso e grigio del cielo. La pianura io, che pure sono nata e cresciuta ai margini di essa, c’è l’ho nel dna. Il mio spirito, di fronte a quest’ampiezza, si riscuote e si espande, felice. Un po’ come il mare, che però non mi lascia mai tranquilla, con quel suo ipnotico movimento, a volte appena percettibile, ma continuo, e ripenso a “quel” Conte delle mie parti che, in fin dei conti, cantava “…la paura che ci fa quel mare scuro, che si muove anche di notte e non sta fermo mai[1].

 

Il treno ora è lanciato a tutta velocità attraverso la sera e qua e là, come lucciole, appaiono in lontananza le prime finestre illuminate. Dall’ultima stazione sono rimasta sola nel vagone e mi abbandono nell’abbraccio del sedile, allungo le gambe e lascio vagare lo sguardo. A destra, con la coda dell’occhio, vedo il freno d’emergenza. Vorrei tanto che esistesse una leva speciale, che, al contrario di quel freno, impedisse al treno di fermarsi. Mi lascerei cullare dal rumore cadenzato delle rotaie, appoggerei il naso al finestrino, sbircerei l’alba all’indomani e poi altri tramonti e altri alberi…

 

La prossima fermata è la mia e non mi decido ad alzarmi, ma all’ultimo momento mi infilo il cappotto e prendo la borsa. Davanti alla porta aspetto che il treno si fermi e già scorgo lui, che, puntuale, è venuto a prendermi. Ecco, la porta si apre – “Ciao!” – non gli rispondo e faccio un passo indietro. Riesco solo ad abbozzare un sorriso in risposta al suo sguardo interrogativo. All’improvviso capisce e lo vedo sorridere a sua volta. Le porte si richiudono ed io torno al “mio” posto. Chiedo alle stanche radici un altro sforzo, mentre fuori le stelle punteggiano ormai il cielo e la luna è un enorme occhio lucente. Aspiro dal finestrino aperto il freddo alito della notte e ne ascolto il respiro. Domani vedrò l’alba.

 

 

 



[1] Paolo Conte, “Genova per noi”.

14:27 Scritto da: anderswohin in Racconti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook